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Scenario attuale COVID-19

Documento INMI sullo scenario attuale COVID-19

 Con la fine del 2022, il team clinico scientifico dello Spallanzani ritiene necessario fare il punto della situazione sulle misure, vaccini e terapie applicate contro il COVID. Questa esigenza nasce anche dalla necessità di contrastare il solito allarmismo, lanciato a seguito delle notizie, poche e affatto trasparenti, provenienti dalla Cina, che rischia di ingenerare sfiducia e paura nei cittadini. Esattamente il contrario di quanto il nostro Paese necessita. Un Paese che ha dimostrato, ribadiamolo, maturità e responsabilità, anche nei momenti più bui ormai alle nostre spalle.
Abbiamo già detto, e lo ribadiamo, che siamo in una fase che ci consente di guardare con sempre maggior ottimismo al futuro, tanto che già oggi possiamo definire il COVID non più 19 ma 23. Un modo semplice, ma razionale e basato su evidenze scientifiche, per far comprendere che siamo davvero in un’altra era.

Cina e dintorni

Il caso della Cina sul COVID è unico, quasi paradossale. Un percorso inverso rispetto a Europa e Nord America. È stato il primo paese a osservare casi e nella primavera del 2020 ha avuto il più alto numero di contagi. Le immagini degli ospedali di Wuhan e delle altre megalopoli cinesi sono state un’icona della malattia. Ha applicato norme di restrizione e mitigazione impressionanti, ma anche inaccettabili per una democrazia.
Il lockdown è stato una misura permanente, con fasi di apertura seguite da misure restrittive durissime anche a seguito di poche decine di casi segnalati. Alla fine di novembre in Cina erano segnalati solo 4 milioni di casi, a fronte di una popolazione di 1 miliardo e mezzo di persone. Anche altri paesi dell’area del Pacifico avevano scelto una politica di stretto controllo della diffusione del contagio, ma parallelamente avevano attuato campagne vaccinali altamente efficienti.
In Cina invece l’argine della vaccinazione contro il COVID non ha funzionato per diversi motivi: a) poche le vaccinazioni eseguite rispetto al numero totale di cittadini, b) scarso il livello di protezione conferito dai vaccini utilizzati, che sono stati diversi da quelli usati nei paesi occidentali, c) ridotto il numero di persone anziane e fragili vaccinate, per di più con poche dosi di richiamo. Nella città di Shanghai, il 62% degli over-60 non è coperto con terza dose, e il 38% non è mai stato vaccinato.
La strategia di contenimento in Cina è stata quindi basata quasi esclusivamente sulle misure di restrizione, feroci e vessatorie venendo a mancare una contestuale azione di efficace prevenzione sanitaria come invece è stato fatto nel nostro paese. Il virus, la variante Omicron in particolare, è fino a poco tempo fa circolata poco in Cina, con una conseguente bassissima immunità ibrida. Il risultato è stato quello di arrivare quest’autunno ad una tempesta perfetta con una copertura vaccinale insufficiente e la maggior parte delle persone ancora suscettibili. La riduzione repentina delle misure di restrizione, legata alla protesta popolare, ha funzionato da innesco perfetto generando inevitabilmente un impressionante numero di nuovi casi (le stime non ufficiali degli osservatori occidentali arrivano a oltre 300 milioni di casi, circa un abitante su cinque), con una previsione a breve di oltre un milione e mezzo di morti. Un percorso tutt’altro che virtuoso, gestito attraverso una politica sanitaria completamente sbagliata: prima condannati ad una dura e inaccettabile restrizione e poi all’esplosione della pandemia a seguito dell’allentamento delle misure restrittive. Una lezione per l’intero pianeta su come non vada mai gestita un’epidemia.

Il nuovo problema Cina

Il problema Cina oggi va affrontato con tempestività e coesione internazionale. I dati, pochi e poco trasparenti, stanno creando timore nella comunità internazionale, anche quella scientifica. Il timore principale è che, in un paese con un alta percentuale di non vaccinati, in cui sono stati utilizzati vaccini poco efficaci che danno una bassa protezione di popolazione, una così forte crescita esponenziale dei contagi, oltre a causare numerose vittime (5000 al giorno secondi dati ufficiosi degli osservatori internazionali), possa generare la selezione di una nuova variante, molto più immuno-evasiva e trasmissibile, che traghetti l’evoluzione di SARS-CoV-2 oltre Omicron, la variante dominante a livello globale ormai dalla fine del 2021.
Anche questi timori vanno comunque affrontati razionalmente, rimanendo ancorati alle basi scientifiche, ed evitando interpretazioni affrettate e allarmistiche che potrebbero generare sfiducia e inutili paure nella popolazione. Al momento, le poche informazioni che arrivano dalla Cina indicano che le varianti che stanno alimentando questa nuova imponente ondata di contagi sono le stesse che già circolano da tempo a livello globale, ancora quindi all’interno delle sotto-varianti di Omicron. La stessa sotto-variante BF.7, su cui si stanno concentrando timori infondati, è una evoluzione della BA.5, già circola da tempo anche alle nostre latitudini ed è meno immuno-evasiva delle varianti BQ che sono al momento dominanti in Europa e Nord America. Il salto evolutivo da monitorare con attenzione sarebbe quello oltre i confini di Omicron, con la nascita di un’altra vera nuova variante di interesse, ma al momento questa rimane un’ipotesi non supportata da dati epidemiologici reali.

Cosa fare?

In carenza di una politica di sanità pubblica che dovrebbe definire l’OMS, sempre più assente, forse potremmo cominciare dalla Comunità Europea. Vanno condivise politiche di sanità pubblica di frontiera. Va però detto che il blocco del traffico aereo appare soluzione irragionevole e difficilmente applicabile in modo uniforme ed efficace. Servirebbe un accordo tra molti paesi, europei ed extraeuropei e al momento questa risulta un’ipotesi poco fattibile. Ricordiamo che questa soluzione venne praticata anche all’inizio della pandemia, nel 2020, con risultati scarsi o nulli. Sarebbe una decisione poco efficace e molto dispendiosa, che ci riporterebbe indietro da una fase come quale quella attuale in cui la pandemia e le strategie di sanità pubblica per contrastarla hanno preso un nuovo corso.
Più razionale appare invece il potenziamento della sorveglianza mediante test antigenici per chi proviene in particolare dalla Cina, e caratterizzazione molecolare con analisi di sequenza nei casi positivi. Sarebbe meglio se il coordinamento dei tamponi di sorveglianza avvenisse a livello europeo. Un intervento di questo tipo servirebbe a monitorare la comparsa ed intercettare precocemente l’arrivo di nuove varianti, sia come nuove evoluzioni di Omicron che come nuove varianti diverse da Omicron, e a predisporre eventuali misure quarantenarie selettive.
Un’ulteriore misura dovrebbe consistere nell’aumento delle pressioni sulla Cina, tramite l’OMS, le Nazioni Unite, la diplomazia e la comunità scientifica internazionale, per esigere una maggiore trasparenza sui dati. A questa richiesta di trasparenza e collaborazione dovrebbe accompagnarsi un’offerta di sostegno alle politiche vaccinali cinesi, fornendo vaccini a tecnologia superiore rispetto a quelli di loro sintesi, quali i nuovi vaccini a mRNA bivalenti codificati per Omicron BA.5. Ciò contribuirebbe ad aumentare il livello di protezione immune nella popolazione cinese, evitando il rischio che possa trasformarsi in un serbatoio e laboratorio naturale di selezione virale di varianti. Nell’ambito di accordi di partnership internazionale di questo tipo, si potrebbe pensare di fornire, oltre ai vaccini, anche farmaci antivirali per potenziare la terapia precoce, al fine di ridurre la morbilità e mortalità del COVID-19 in Cina, ma anche al fine di ridurre replicazione e tempo di contagiosità e intervenire sulla curva dei contagi.

Cosa hanno fatto i vaccini?

La più impressionante campagna vaccinale della storia, oltre 13 miliardi di dosi di vaccino somministrate su tutto il pianeta. In Italia, oltre 140 milioni di dosi somministrate con l’84% della popolazione target vaccinata con almeno tre dosi. Un risultato su tutti: un’altissima protezione dalla malattia grave, 94% dal ricovero in ospedale, 97% dal ricovero in terapia intensiva, 96% dalla morte. Le stime ufficiali dell’ISS ad aprile di quest’anno indicavano che la campagna vaccinale contro il COVID-19 in Italia ha permesso di evitare circa 8 milioni di casi, oltre 500.000 ospedalizzazioni, oltre 55.000 ricoveri in terapia intensiva e circa 150.000 decessi. Questo è il vero grande risultato della campagna vaccinale, che ha resistito anche alla evoluzione delle varianti emergenti: un virus più trasmissibile e che aggira il sistema immunitario, ma non più letale, grazie soprattutto all’efficacia clinica dei vaccini.

La sicurezza dei vaccini

Il sistema americano di vaccino-vigilanza ha segnalato che i casi miocarditi post-vaccinale sono stati circa 1.600 a fronte di oltre 190 milioni di persone vaccinate con vaccini a mRNA, per un’incidenza media di 8 casi per milione di vaccinati, molto più bassa dell’incidenza di miocardite virale in corso di COVID-19. L’incidenza è più alta negli adolescenti maschi, e 10 volte più bassa nelle donne, ed è più alta dopo la seconda dose del ciclo primario e si riduce in modo considerevole dopo la terza dose. La maggior parte delle miocarditi sono lievi ed eccezionali i casi ad evoluzione grave. Un effetto non trascurabile, ma che non che non scalfisce il rapporto estremamente favorevole tra rischi e benefici di questi vaccini.

Il 2022 cosa ci lascia?

Ci lascia un anno intero sotto il segno di Omicron e delle sue sotto-varianti, in continua evoluzione. Ondate però sempre meno incisive sugli indicatori gravi della malattia, un’incidenza in calo, con dati di ricovero in degenza e terapie intensiva stabilmente al di sotto degli indicatori di guardia ormai da mesi. È l’anno in cui abbiamo imparato a non avere più paura, ed è anche l’anno in cui abbiamo scoperto il valore dell’immunità ibrida. Omicron ha infettato numerose persone, anche vaccinate, e l’incrocio tra risposta immunitaria naturale e vaccinale ha alzato enormemente il livello di protezione. È accaduto quello che speravamo: il nostro sistema immunitario ha appreso come difendersi, dal contatto con il virus, supportato e rafforzato dai vaccini. Questo ci induce a pensare che non abbiamo più troppo bisogno di proteggerci con mascherine e distanziamento, possiamo riservare questi presidi ormai solo alla protezione dei fragili. Quest’anno ci lascia anche con l’avvento dei vaccini bivalenti contro Omicron. La svolta che avevamo pensato fin dall’inizio: vaccini costruiti contro le varianti, da somministrare annualmente in rapporto alle ondate virali, secondo il modello già largamente collaudato della vaccinazione influenzale. L’endemizzazione del virus e il suo adattamento all’ospite umano passa soprattutto attraverso questo incredibile risultato della scienza. Per questo motivo la possibile nuova minaccia che viene dalla nuova ondata in Cina va affrontata con misure immediate e coordinate, al fine di non rallentare il percorso di adattamento che il virus ha intrapreso in diverse aree del globo, sotto la spinta di vaccini e farmaci.

Direttore Generale
INMI “Lazzaro Spallanzani”
Francesco Vaia

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